giovedì, 22 ottobre 2009

Messer Tristezza



Questo post se lo gusteranno meglio i praticanti di Nova Scrimia che conoscono la terminologia. In particolare Roberto, uno dei miei compagni d’arme di quest’avventura alla riscoperta della radici marziali occidentali, che a questi eventi ha assistito di persona.

Ebbene nel periodo precedente al primo Campus in Sardegna di Nova Scrimia vennero avviati anche i primi corsi istruttori. Di quel periodo e di quello precedente in cui l’argomento “scherma e arte marziale occidentale” si affacciava alla mia pratica ho aneddoti bellissimi ... Ci sarà tempo anche per quelli.

Comunque, in quel periodo come sempre capita nei corsi istruttori vennero attirati tutta una serie di persone ma soprattutto di personaggi che rimangono a mio parere pietre miliari della comicità involontaria.
Uno di questi, cui questo post è interamente dedicato è quello che venne ribattezzato Messer Tristezza o, dai meno benevoli, Messer Agonia.
Per darvi due parametri, questo bell’ometto aveva i suoi bei gap coordinativi e alcune resistenze piuttosto evidenti ad un apprendimento diciamo su standard ordinari.
Questi due aspetti, che in un neofita sono da considerarsi come prova di buona volontà nell’impegnarsi in un sistema marziale, venivano squalificati dal fatto che vista una tecnica la prima volta pretendeva di spiegarla al suo compagno d’allenamento...  e se questi si mostrava poco convinto cercava anche di dimostrargliela, con le buone o con le cattive.
Perché, sapete, era anche cintura nera di due sistemi tradizionali.
No, non abbiamo mai voluto sapere come abbia fatto ad ottenere quei gradi.

Di questo personaggio rimarranno memorabili:
Il fatto che chiamava “sbilenco” il colpo Sgualembro ... e non lo faceva apposta, proprio confondeva i termini (vabbè il suo Sgualembro era effettivamente sbilenco).

La volta che iniziò un allenamento e al primo affondo accusò uno strappo muscolare rimanendo il resto del tempo facendo streetching. In quell’occasione benedimmo il fatto che nessuno avrebbe lavorato con lui.

Quando in sede d’esame cercò di spacciare una tecnica di Aikido (almeno credo che fosse tale) per una difesa da Daga tratta dal Flos Duellatorum e poi, messo alle strette si fosse giustificato così: “vabbè, tanto più o meno è la stessa cosa”.

Credo che in quel frangente da un capo all’altro dei cieli si siano unite le urla disperate di Sensei Ueshiba e di Magistro Fiore.

Scuoladarmi alle 06:57 in: ricordi, arti marziali, casi umani, nova scrimia
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lunedì, 05 ottobre 2009

Casi da spogliatoio 3



chuck-norrisIn verità questo post dovrebbe titolarsi: “Teorie da spogliatoio”
Probabilmente dovuto all’acqua che dalle docce viene portata goccia a goccia dagli atleti che si asciugano, la terra portata con le scarpe usate fuori rende lo spogliatoio un ambiente fertile per il germogliare di interessanti teorie.
Teorie che, in linea con quelle che sono le leggi di natura, alle volte germogliano e danno sorprendenti frutti, altre volte decadono, ritornano alla terra e creano un humus capace di dare vita a nuove meravigliose specie.
Così di tanto in tanto, andando in giro e provando palestre diverse, mentre altri seminano, annaffiano e fanno crescere, io, zitto zitto, raccolgo.
Esattamente dall’albero, senza cuocerle né lavarle, eccovene un cestino.
Sotto. In corsivo. Il mio commento.

“...credo che Bruce Lee, alla fine, l’abbia ucciso la triade cinese. Aveva rivelato troppo delle arti marziali. Devono aver mandato uno dei loro assassini che conoscono quelle arti dei tocchi mortali...”

< ...e Chuck Norris allora? >

“La dieta vegetariana? Funziona troppo bene. Un periodo ero diventato vegetariano e mangiavo solo mozzarella a pranzo. Oh!... Dimagrito moltissimo e avevo anche un sacco di energie. Poi un’amica mi ha detto... Ma sei troppo magro ! ... Allora ho ripreso a mangiare carne”

< ... Troppo tardi, la mozzarella era già arrivata al cervello...>

Un ragazzo senza sapere che praticavo Kali filippino, parla di un istruttore che conoscevo.

“... E poi ho visto queste tecniche di Kali col coltello. ... Cioè, uno ti attacca col coltello e lui ...e ti taglia il polso ...e ti taglia il braccio e ti taglia la gola... Eh... Troppo così... Cioè ... Che cazzo stai facendo?...”

<... Mh... Kali filippino?...>

“Secondo me bisogna iniziare dal fare le cose più difficili. Perchè poi quando ti alleni a farle dopo, quelle più facili vengono subito.”

<  Certo... Iniziamo dai calci volanti...>

“Guarda, lascia perdere i pesi. Gonfiano e basta e non servono a niente. Perché poi il muscolo quando è molto grosso si allunga male ed è poco reattivo. ... E diventi lento.”

< ... Se rimango immobile forse penserà che sono morto e smetterà di parlare con me.>



Scuoladarmi alle 21:31 in: ricordi, diario, arti marziali, kali filippino
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lunedì, 14 settembre 2009

Colpirne uno...


Il video del post precedente è di un imbecillità terribile. Così terribile che, se mi fosse giunto come racconto non ci avrei creduto o l'avrei ridimensionato.
A Cagliari si raccontano eventi simili su praticanti di arti marziali.
Sia di un ragazzo che provò a eseguire un bloccaggio su cric e ottenne una splendida frattura scomposta ... comprensibile e comunque meglio il braccio della testa.
Sia di un altro che, a mo' di sfida provò a rompere con un calcio circolare una tavola da surf... pigliandola di taglio.
Anche in quell'occasione, ammesso sia vero, il risultato fu una frattura scomposta.

Per quanto mi riguarda qualcosa di idiota ( forse più di qualcosa ) l'ho vista fare  anch'io.
Ne segnalo giusto una perché a ripensarci è davvero spassosa:

tech_kiaiIl nostro istruttore di turno non era affatto contento del nostro Kiai ("grido di guerra" che va fatto assieme all'esecuzione di un colpo) . Così, serissimo, risolve di passare al metodo tradizionale per fare uscire fuori il nostro grido di guerra.
Prende una shinai (simulacro di spada giapponese in bambù, usata nel Kendo) e si mette vicino a noi.
Noi, al suo comando iniziamo il Kata eseguendo attacchi e parate seguendo il ritmo che ci dava. Al momento del Kata, quando al colpo dovevamo aggiungere il Kiai lui tira un colpo forte con la shinai sull'addome di un ragazzo.
In mezzo ai nostri Kiai "mosci" si sente un kiai prima abortito e poi , a seguito del colpo, altissimo e stridulo.
Non so come ho fatto a non scoppiare a ridere... lo stesso vale per i miei compagni di pratica. Continuiamo come se non fosse accaduto niente e quando nuovamente ci troviamo a far sentire il nostro "urlo di guerra" in palestra risuonano 19 grida da samurai e un miagolio stridulo, quello del poveraccio che cui bruciava ancora il colpo di shinai.


L'allenamento tradizionale aveva funzionato... per tutti gli altri.
Scuoladarmi alle 09:04 in: ricordi, maestri, arti marziali, allenamento, kiai
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mercoledì, 17 giugno 2009

Tirando le fila dei Barbari


Coraggio... questo post è l'ultimo della serie...

fantasy
Il cambiamento è tutto intorno a noi... in noi... siamo noi.
Allo stesso tempo è difficile percepirlo.
Così come ciò che è troppo lento ma pur presente (il moto terrestre ad esempio) allo stesso modo di ciò che è tanto veloce da sembrare altro ... e produrre altro (i fotogrammi di una pellicola cinematografica).
Le arti marziali non fanno differenza. cambiano anch’esse e sono allo stesso tempo esse stesse in qualche modo origine e motivo del cambiamento. A volte repentino. A volte appena percettibile.
Riassumo.... e organizzo.



La situazione è questa: I sistemi di arti marziali tradizionali subiscono la concorrenza e l’influenza di nuovi metodi (I barbari). Alcuni orientati allo stesso scopo, come i sistemi di difesa personale di matrice militare; altri sbilanciati verso l’aspetto sportivo-competitivo come il Brasilian Ju Jutsu, il Sambo, la Shootfighting e i sistemi di MMA in genere.
Altri ancora a cavallo dei due, cui includiamo le varie tipologie di Jeet Kune Do e i sistemi di street fighting.

I nuovi barbari delle arti marziali contestano l’efficacia... contestano la validità della tradizione... contestano i tempi necessari per conseguire risultati utili ... contestano la filosofia dietro l’allenamento ma soprattutto la necessità di averne una.

Se dovessi individuare gli elementi caratteristici di questa “rivoluzione” direi:

Il “Tempo” ... anzitutto.
Non abbiamo più così tanto tempo da dedicare a ciò che sia estraneo al nostro lavoro. Spesso viviamo nei ritagli e quei ritagli vogliamo che fruttino al meglio.
E’ l’epoca dei tutorial dei manuali di istruzioni con le direttive rapide per iniziare subito, dei telefilm con storie condensate in venti minuti, della palestra in pausa pranzo.
Chi ha più così tanto tempo da investire in un’attività totalizzante come un’arte marziale tradizionale? ...oltre a chi la insegna intendo.

Gli “spazi” ...subito dopo.
“Dojo”  non ha nulla a che vedere con palestra. La sacralità di un luogo riservato univocamente ad una pratica... pensato, realizzato e attrezzato a quello scopo è qualcosa di abbondantemente fuori dai nostri tempi.
Il Dojo di Karate era tale e basta. Al limite negli orari liberi della mattina si teneva qualche corso di ginnastica dolce o yoga. Oggi la parola magica è “polifunzionale”.
Così trovate tranquillamente insegne in cui si accomuna “Shotokan” e “Balli caraibici” . Nessuna vergogna, i tempi cambiano e il Dojo non esiste nemmeno più come concetto.

La pratica e i risultati, infine.
Ripercorrete i passaggi che fate quando installate un software nuovo.
Lo installate, lo aprite e poi iniziate ad usarlo. la lettura di un manuale di istruzioni è riservata a chi ci lavora in modo professionale. per tutto il resto è il software stesso che vi spiega come essere usato o è talmente intuitivo da non necessitare di istruzioni particolari.
Tutto il resto non trova spazio.
Il rapporto pratica/risultati deve essere in attivo quasi da subito e dare progressivamente risultati sempre migliori. Cosa rispondereste all’istruttore di bodybuilding se vi dicesse che prima di un anno non vedrete il benché minimo risultato?
Le arti marziali, proprio perché arti, richiedono tempo, pazienza e dedizione.
O, in una parola: “fede” ...
E’ la classica storia di una donna di cui si è innamorati e che ci richiede tempo per decidere se contraccambiare il nostro amore. Tempo, pazienza e dedizione... nessuna garanzia che poi si venga ricambiati.

Forse vi aspettavate qualcosa di diverso.
Forse vi aspettavate in un qualche salvataggio all’ultimo, in cui la tradizione riesce in qualche modo a sopravvivere anche nel nuovo e a rinnovarsi attraverso esso (il brasilian ju jutsu sarebbe stato un esempio ottimo... ed anche il Jeet Kune Do perché no?).
In tal modo i nuovi barbari avrebbero apprezzato ciò che c’era di utile nei sistemi tradizionali, tenendo in vita il sapere della civiltà che avevano conquistato e, in parte, distrutto.
Esempio storico i “barbari” romani che, conquistata la Grecia vennero a loro volta conquistati dalla sua cultura.
Purtroppo, a mio parere, le cose non stanno così.
Mancano le condizioni perché possa essere così: di tempo, di spazio e di “fede”.
mancano le condizioni anche solo per analizzare perché così non possa essere.
Questo ciclo di post in tal senso è un qualcosa che già non trova posto nel nuovo universo dei “barbari delle arti marziali” così come il fatto , se lo avete fatto, di averli letti tutti!

Quindi?
Credo che sia giusto farsi una ragione del fatto che le arti marziali tradizionali presto o tardi cederanno definitivamente il passo. Diventeranno oggetto di culto come oggi sono i videogames anni ottanta per i retrogamers, o le produzioni indipendenti per gli amanti del cinema.

Qualcosa che, se piace, va vissuto proprio come l’amore romantico cortese, quello dei romanzi cavallereschi per intenderci: in cui si ama a prescindere dall’essere ricambiati.
Scuoladarmi alle 16:55 in: riflessioni, diario, arti marziali, ricerca, barbari
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martedì, 09 giugno 2009

La calata dei barbari 5


headL'immagine, Orwelliana oserei dire, rende pienamente il tema di questo post.
L'ultimo prima di un riassunto che tiri un pò le fila di quanto scritto.
Buona lettura!

Il fatto è che la Tradizione non esiste.
Non so se vi rendete conto della “blasfemia” di un’affermazione del genere per chi pratica sistemi marziali tradizionali.
Il concetto di tradizione come conservazione di una pratica immutata nel tempo attraverso diverse generazioni è nel migliore dei casi una semplificazione ingenua o un’astrazione lontanissima dalla realtà. Il semplice passaggio di informazioni da una persona all’altra trasforma le informazioni stesse.
Avete presente il vecchio “gioco del telefono”?
Qualcosa del genere, ma potenziato... Provo a spiegarlo:
Quando passate un'informazione il ricevente la acquisisce secondo i suoi paramenti ovvero i suoi filtri personali e la rielabora in modo da poterla tenere in memoria secondo altri schemi che gli derivano dall’educazione, capacità e propensioni intellettive, stato emotivo etc.
A sua volta questa stessa persona quando trasmetterà quest’informazione modificata la modificherà a sua volta usando quelli che sono i suoi strumenti comunicativi... in soli due passaggi abbiamo già la deformazione della deformazione della deformazione.
Moltiplicate per persona e poi per generazioni...
Così nascono i miti e le leggende.... e visto che siamo in tema di blasfemia , anche le religioni.

Ma siamo andando oltre e perdendo il filo. Riprendiamo l’argomento ponendo una domanda:
“Il fatto che la tradizione non esista come conservazione cristallina delle informazioni, come pone tutti quei sistemi marziali che richiamano la loro efficacia e il loro senso ad un sapere tradizionale e tramandato”?

Prendetevi il tempo di rispondere sino al prossimo post.
Io mi prendo un po’ di tempo per rielaborare e riordinare i vari concetti che ho esposto in questi micro-articoli.
alla prossima...
Scuoladarmi alle 17:31 in: riflessioni, ricordi, diario, blog, arti marziali, ricerca, barbari
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lunedì, 11 maggio 2009

La calata dei Barbari 2


Ho iniziato col Karatè.qwerty lorenzo su i barbari
Che è una delle due frasi tipo di chiunque sia
venuto a contatto con le arti marziali da ragazzino.
L'altra è "ho
iniziato con lo Judo" (ma questo lo sapete già)
Io, comunque, ho
iniziato con il Karatè.
Ero sovrappeso, scoordinato, deboluccio... con
un carattere non particolarmente delineato.
(sarebbe a dire che non
sapevo farmi rispettare)
Il Karatè mi rafforzò. Fisicamente e
caratterialmente.
Mi piaceva praticarlo era come andare a scuola:
prima viene questo, poi questo... questo è giusto , questo è
sbagliato... se studi diventi bravo e poi prendi la Laurea. Era
impegnativo ma semplice, come un percorso di montagna ben tracciato in
cui ad ogni momento puoi sapere a che punto sei, quanto manca
all'arrivo e tutti, ma proprio tutti i nomi degli alberi che hai
incontrato sul sentiero. (questa la può capire solo chi ha praticato
arti marziali giapponesi).
Vivevo nella mia bella cittadella,
condividevo le sue tradizioni, le portavo avanti.
Com'è che l'ho
tradita?
Com'è che è successo che sono passato dall'altra parte?

Perché, lo confesso, anche io faccio parte dei Barbari delle Arti
Marziali.
Pratico e insegno Jeet Kune Do e Krav Maga. Pratico e
insegno il "tutto e subito" non mi pongo il problema di una
progressione se questa non garantisce anche risultati in tempi brevi.


Dieci anni per imparare a combattere? Imponderabile.
Già in un anno
(di palestra, quindi considerando la pratica media 5-7 mesi) si devono
avere risultati concreti e visibili...
...in un mese aver capito come
funzionano i principi di base,
...in una settimana la consapevolezza
che ciò che si fa in palestra si può imparare in tempi brevi e
applicare se non subito, quasi.
Ogni singola lezione deve essere
appagante.

Che ne è stato della mia passione per i Katà (forme a
vuoto) eseguiti allo sfinimento alla ricerca della perfetta esecuzione?
... e di tutta una serie di esercizi mortalmente noiosi fatti con l'unico
scopo di migliorare certe tecniche o certe posizioni? "fallo e vedrai
tra un anno come migliorerai"

Temo sia un po' come dire che ne è stato
della mia vecchia cinta "el Charro" del mio zaino "Invicta" pieno di
scritte e disegni, del mio "chiodo" in pelle e della caterva di spille
che avevo e che usavo alternativamente a seconda dell'umore.
La
risposta è, scusate la franchezza, "... che ne so che fine hanno
fatto?"
Tutto ciò che posso dire in sincerità è : all'epoca avevano un
senso... oggi non più.. almeno per me.
Punto.

Si parla di invasione e
saccheggio delle cittadelle delle arti marziali tradizionali ma invece
credo che, pur con i vari scontri (qualcuno ricorderà le affermazioni a
muso duro del "primo" Mike Faraone) vera guerra non ci sia stata. Un
po' come il collasso dell'Impero Romano.
Vengono ricordati i grandi
episodi ma non sono quelli che hanno portato il cambiamento.
Se il
terreno non è pronto, il seme non germoglia...
Alla prossima.
Scuoladarmi alle 18:43 in: riflessioni, ricordi, diario, arti marziali, jeet kune do, krav maga
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lunedì, 20 aprile 2009

La calata dei Barbari


Ogni viaggio inizia con un passo.
testa codice a barreCosì, comincio questa breve serie di post su come il mondo delle arti marziali, a mio personalissimo parere, sia cambiato e stia cambiando adattandosi ai tempi... o più spesso cercando di resistervi.
Un mondo, invaso, popolato e, in certi ambiti, colonizzato dai Barbari.
No, non è sempre stato così ma l’invasione è stata repentina, tanto che uno come me, relativamente giovane, ha fatto a tempo a viverla almeno per quanto riguarda la prima ondata.
Ho visto le città sacre delle arti marziali tradizionali prese d’assalto e opporre una fiera resistenza, chiudersi a riccio ma allo stesso tempo non sono mancati i casi si è simpatizzato con il “nemico” secondo la logica “...se non puoi batterli...”
Molto più raramente si è cercata la via difficile di mantenere la propria identità pur accettando e facendo proprie idee nuove.
L’ho visto tutto questo e l’ho visto perché io ero tra quei barbari.
Viviamo tempi di cambiamento nei quali le vecchie conoscenze, la tradizione e il sentire comune vengono rimesse in gioco, anzi, letteralmente travolte da una mole di informazioni nemmeno immaginabile in passato. Le arti marziali, la pratica che dura una vita, la filosofia del combattimento, la ricerca, ardua, della perfezione del gesto... chi ha più il tempo per farla? Dieci anni, venti anni per conseguire risultati? Inconcepibile al giorno d’oggi.
Eccoli allora i barbari del tutto e subito calare e distruggere tutto ciò che “non serve” secondo la logica del tutto-e-subito: Jeet Kune Do, Krav Maga, Systema, Street Fight System, MMA...
Niente tradizione, niente filosofia, niente fronzoli. Se serve adesso va bene.
Se per adesso si intende oggi, non quest’anno.
Ma quest’invasione non è venuta dall’esterno, o meglio, non solo.
L’invasione delle cittadelle delle arti marziali molto spesso ha richiesto che qualcuno aprisse la porta sul retro.
Alla prossima puntata...
Scuoladarmi alle 19:42 in: riflessioni, ricordi, diario, arti marziali
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lunedì, 06 aprile 2009

Barbari delle Arti Marziali



1235011812992Beh, anzitutto: Grazie Lorenzo!

Si era bevuto generosamente quella sera ma non credo che quel consiglio fosse dovuto all'alcol.
Leggi "I Barbari" di Baricco, mi aveva detto Lorenzo, iniziando una discussione davvero interessante sui nostri tempi, su ciò che sta cambiando ... o meglio su ciò che ci si sta cambiando addosso, quasi a valanga direi.
Il consiglio era così sentito e la discussione tanto interessante che l'indomani, a discapito del mal di testa ho cercato il libro e “congelato” ciò che stavo già leggendo ho iniziato quello che potrei definire una specie di analisi “in corsa”.
Un po’ come attraversare un paese sconosciuto in moto e poi cercare di ricostruire le tappe del viaggio partendo da delle istantanee scattate da qualcun altro.
Superfluo dire che è stato un viaggio interessantissimo e ricco di spunti.
Ma era il viaggio di un altro... alla fin fine.
Così, nei miei ritagli di tempo provo a farne uno piccolo io.
In attesa dei prossimi post su come il mondo delle arti marziali cambia coi tempi, vi giro il consiglio di Lorenzo:
Leggete “I Barbari” di Baricco.
In attesa del prossimo incontro con Lorenzo invece dico:
L'alcol va bene come starter ma non come carburante... la prossima volta approfondiremo la discussione iniziata e interrotta.
Scuoladarmi alle 09:33 in: riflessioni, arti marziali, lbri, amcza
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domenica, 01 febbraio 2009

Quando vi ucciderete maestro?


Vi avviso subito. E’ un post noioso.


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Il titolo è la citazione di un saggio di Antonio Franchini sulle relazioni tra letteratura e arti marziali. Ovvero sul fatto che, cito testuale, "… fino a un certo punto il desiderio di dedicarsi alle discipline del combattimento, come quello di volgersi alla letteratura, nasca da qualche frustrazione che può placarsi solo nell'esercitare un dominio …"
E’ un libro strano, più un percorso letterario forse, cui sono tornato alla mente in questi giorni.
Ma in verità, più che per la tesi del libro, vi sono tornato alla mente per ciò che aveva evocato in me all’epoca della sua lettura: un forte senso d’angoscia.
Quella domanda “Quando vi ucciderete maestro?” alla prima lettura mi era sembrata la richiesta sprezzante di chi chiede ad una figura, un tempo di valore ma ora solo inutile ed ingombrante, di farsi da parte.
Finito il libro la stessa frase aveva cambiato significato in modo diametralmente opposto. Ora era la richiesta preoccupata di un allievo che conta i giorni che lo separano al suicidio del proprio maestro.
Eppure l’angoscia permaneva e ad essa si mischiava un sordo fastidio dovuto al non capire il perché di una tale sensazione.
Cosa mi disturbava?
Vi sono ritornato in questi giorni quando, questa frase mi è balzata in mente mentre riflettevo su alcuni atteggiamenti che mi avevano infastidito. Forse il “fastidio” ha legato i pensieri.
La faccio breve e come mio solito evito i dettagli:
Ho conosciuto praticanti che ancora oggi hanno una forma di venerazione formale per il proprio maestro: come se lui fosse in un qualche status che gli impedisce di sbagliare, che fa si che tutto ciò che dice abbia un senso profondo e recondito e per il quale le azioni compiute hanno sempre un qualche fine ultimo, lontano e imperscrutabile.
Poi nei discorsi di alcuni colleghi ho sentito la preoccupazione che il” Maestro” delle loro discipline venisse a mancare.
Che mi sia riconosciuto in quelle sensazioni? Che abbia riconosciuto una parte di me?
Inutile nascondersi dietro un dito. Non credo sia così. So che è così.
Ora che questi sentimenti mi sono estranei li riconosco così come do senso a due frasi di cui ricordo esattamente luogo e tempo in cui vennero pronunciate:
“…dovete essere maestri di voi stessi…?” e “…il vero maestro fa crescere l’allievo perché non abbia più bisogno di lui…”
Il Maestro, la guida che ci indica il cammino, colui che SA cosa va fatto prima e cosa va fatto dopo, è una nostra illusione mentale ? La scorciatoia comoda per non dover trovare la nostra via?
Inutile nascondersi dietro un dito.
Forse senza essere troppo drammatico la via delle arti marziali richiede che ci si chieda periodicamente quando si ucciderà il proprio maestro interiore.
Almeno a me ha consentito di apprezzare meglio la mia pratica e chi ha voluto condividere la sua con me.
Scuoladarmi alle 18:59 in: riflessioni, ricordi, diario, arti marziali, jeet kune do
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mercoledì, 07 gennaio 2009

... le ragioni per cui...


Da una palestra é sicuramente più facile fuggire che da un campo di concentramento eppure a volte non lo si fa (anche se si dovrebbe). Come mai? Sulle ragioni "per cui" si potrebbe aprire un bel dibattito.

kick_in_airRiporto un commento al precedente post “come diventare maestri imbattibili” e aggiungo un piccolo aneddoto.
Non che voglia essere lo spunto per aprire un dibattito sul “perché si resta con un istruttore che ci maltratta” ma vi da un idea magari della tipologia di persone cui questo genere di istruttori piace.
… e si sa, quando una cosa piace, piace e basta… tutti i gusti son gusti no?

Diversi anni fa un mio caro amico aveva aperto un corso di Sandà in una palestra di Cagliari. Ovviamente l’occasione di esplorare una disciplina nuova non potevo lasciarmela scappare e, visto che con l’istruttore (Davide) mi ero già allenato (e parecchio bene pure) sono andato a farmi qualche lezione.
Ricordo un buon allenamento, saremo stati in otto in tutto, un numero che consente di non essere troppo dispersivi e di darci dentro se si ha voglia di lavorare seriamente.
Alla fine, come di consueto, quando si è così pochi, ci fermiamo a chiacchierare e uno degli atleti che faceva il girono una lezione di prova fa a Davide:
“Bella lezione, ma sai, io cercavo qualcosa di un po’ più da strada, più sulla difesa personale pura.”
Davide, che è uno che va subito al sodo, si volta e risponde facendo cenno verso di me:
“Beh, vai da lui …”
L’atleta, forse preso in controtempo, ribatte senza nemmeno chiedersi di cosa fossi istruttore:
“No… cioè, io pensavo a qualcosa tipo Jeet Kune Do… sai…”
E Davide, ingenuo o impietoso:
“Appunto, vai da lui.”
L’atleta quasi come se non avesse sentito continua il suo discorso, rivelandoci cosa evidentemente voleva raccontarci:
“No… è che c’è quest’istruttore di Quartu, un cinese (giuro ha detto così e ho preferito non indagare!) , e loro fanno allenamenti da strada veramente duri… pensa che a fine lezione lui passa e mentre gli atleti stanno fermi lui li picchia per dieci minuti.”
Io personalmente non sapevo come troncare la conversazione in modo elegante.
Davide schietto come sempre, dovreste conoscerlo una persona sincera e alla mano, risponde con quello che, probabilmente, stavo pensando anch’io:
“… ah … ma se vuoi una passata di colpi te la posso dare anche io…pure gratis…”

… e questo è quanto ;-) …
Scuoladarmi alle 18:12 in: ricordi, diario, arti marziali, jeet kune do, comicità
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